Le liberalizzazioni

Pianificazione e stili di amministrazione

 

Gli atteggiamenti delle pubbliche amministrazione sulla scelta di rinunciare a pianificare in nome del liberismo e della direttiva Bolkestein, oppure di procedere comunque ad attivare strumenti più o meno estesi e complessi di pianificazione si possono raggruppare in un numero limitato di modelli di comportamento, estremamente diversi tra loro, ma che richiedono comunque la costruzione ed il mantenimento di un minimo di logica e di coerenza. Vediamoli lungo una scala di propensione alla pianificazione.

 

LIBERISMO

 

Scelta politico - economica secondo cui vige il diritto dell'operatore economico a fare le proprie scelte in maniera pressoché totalmente autonoma, specialmente senza interferenze della Pubblica Amministrazione e senza curarsi dell'effetto delle proprie scelte sul bene comune, nell'ipotesi che questo derivi in maniera più o meno automatica dalla combinazione degli interessi privati dei singoli. In questa logica si tende a rifiutare il più possibile non solo la pianificazione, ma qualunque forma di intervento regolatorio dello Stato, salvo che per tutela di alcuni interessi di ordine assolutamente generale: difesa, igiene, ordine pubblico, ecc.

 

AGNOSTICISMO

 

Atteggiamento in cui la pianificazione e la regolamentazione pubblica vengono rifiutati non per una opposizione ideologica, ma per sfiducia nel fatto che possa effettivamente portare ai risultati sperati. In questa logica si tende a pianificare il meno possibile, per minimizzare gli sforzi che vengono visti come uno spreco inutile di energia e quindi a limitarsi agli adempimenti strettamente obbligatori.

 

AUTODIFESA

 

Atteggiamento per cui la pianificazione viene giudicata moderatamente utile, in quanto potenzialmente in grado di mediare tra l'aspettativa degli imprenditori alla propria totale libertà di impresa e la tutela degli interessi generali e del "bene comune" di cui è potenzialmente portatrice la Pubblica Amministrazione. A fronte del fatto che le recenti evoluzioni legislative vanno essenzialmente in direzione del liberismo, risulta molto difficile effettuare e soprattutto difendere scelte e politiche pianificatorie, e quindi è più "prudente" limitare la pianificazione al minimo ritenuto indispensabile, per limitare gli sforzi e i rischi, anche politici, di fare delle scelte. È un’opzione rinunciataria, molto utile per il quieto vivere, ma del tutto inidonea a risolvere i problemi.

 

PROATTIVITÀ

 

Questo atteggiamento presuppone l'effettuazione di scelte e la fissazione di obiettivi da parte della Pubblica Amministrazione che ritiene di avere titolo a promuovere dei cambiamenti anche in controtendenza con il liberismo imperante, nonché la convinzione che gli strumenti di cui la P.A. può disporre possono essere sostanzialmente efficaci per raggiungere gli obiettivi che ci si propone, e che la pianificazione è solo uno degli strumenti possibili (anche se ovviamente tra i più importanti). La proattività consiste nella scelta di utilizzare un mix di strumenti e di non rinunciare a priori ad attuarli, anche se apparentemente contrastanti con le interpretazioni giuridiche più semplicistiche.
A questo proposito vi sono due ruoli possibili da svolgere:
per l'amministratore e il funzionario è quello di trovare le modalità tecnico - giuridiche per rendere difendibili le scelte che si fanno (il che presuppone un grosso lavoro di motivazione);
per il politico ed il cittadino “normale” il ruolo è quello di promuovere (ognuno con i mezzi di cui legittimamente dispone) una adeguata modificazione del quadro normativo (Il che implica un grosso lavoro di tipo culturale e relazionale). Elemento importante di questa strategia è la capacita, di mettere in campo in maniera sinergica una serie articolata di strumenti per raggiungere gli obiettivi.

 

CORPORATIVISMO

 

La pianificazione è vista non come meccanismo per tutelare il "bene comune" rispetto agli interessi privati, ma come strumento per tutelare determinate categorie o alcuni elementi all'interno di alcune categorie escludendo, limitando o condizionando l'accesso all’attività di alcuni soggetti in modo tale da favorire gli operatori esistenti (o di alcuni di essi) limitando di fatto la concorrenza. È questo il tipo di atteggiamento contro il quale è stata concepita la Bolkestein, la cui portata è stata poi estremamente ampliata ben oltre le intenzioni iniziali. Si tratta di una modalità di procedere decisamente illegittima (che si sostanzia essenzialmente nella fissazione di limiti quantitativi come contingenti, distanze, numeri chiusi o simili).

 

DIRIGISMO

 

È di fatto l'atteggiamento opposto al liberismo. Parte dall'ipotesi, a volte non scritta, che la regolazione pubblica dell'economia non è una proposizione subordinata da attuarsi solo nei casi in cui non esistono altre alternative praticabili, ma una scelta "primaria" e quindi sostanzialmente ideologica. È ovvio che anche questa impostazione risulta totalmente in contrasto con la Direttiva Bolkestein.

 

 

 

Ogni soggetto chiamato a scegliere se lavorare in direzione della pianificazione o della non regolamentazione può classificarsi in una delle suaddette opzioni, e dovrebbe chiaramente individuare la propria posizione per mettere a punto una strategia coerente di intervento, evitando di procedere “a caso” in maniera ondivaga, in quanto l’obbligo di motivazione sta alla base di qualunque decisione amministrativa, per cui una serie di scelte coerenti e coordinate risultano comunque più difendibili in caso di contestazioni giudiziarie rispetto a provvedimenti assunti caso per caso e magari contradittori tra di loro.

 

Va anche sempre ricordato l’obbligo del rispetto dei principi di equità e proporzionalità, il che implica una uniformità di trattamento tra i vari settori (salvo adeguate e convincenti motivazioni), per cui non si può essere liberisti verso alcuni soggetti e dirigisti verso altri, a seconda delle proprie “simpatie” o convenienze né si possono applicare vincoli e limitazioni sproporzionate all’entità e alla natura dei valori di tutelare, limitandosi a considerazioni ideologiche e non misurabili.
Bisogna anche ricordare che i criteri generali di tutela delle libera iniziativa si applicano a tutti i livelli, dallo Stato alle Regioni, ai Comuni.

 

E’ però evidente che gli organi dotati di potestà legislative (Stato e Regioni) dispongono di una maggiore libertà di scelta, in quanto nei loro poteri rientra quello di modificare il quadro legislativo, allargando o restringendo l’ambito dei settori e dei valori per i quali sono possibili deroghe alle regole generali di liberalizzazione, cosa non consentita a Comuni, Province e ai relativo organi, che debbono mantenersi entro i limiti fissati dal quadro legislativo, limitandosi ad operazioni di natura interpretativa.

 

Anche il range della scelta degli stili di amministrazione è limitato dal quadro normativo generale, per cui gli stili “protezionismo” e “dirigismo” risultano chiaramente estranei all’ambito delle scelte “legittime” (anche se qualcuno prova a farvi ancora ampiamente ricorso), mentre tutti gli altri stili di comportamento risultano “legittimi” e quindi la scelta rientra nell’ambito delle valutazioni di opportunità.

 

Se è lecito tentare una valutazione “etica” tra le scelte residue, indipendentemente dalle proprie posizioni e opinioni politiche, crediamo che sia la scelta “liberistica” che quella “proattiva” abbiano una piena dignità e rispettabilità, in quanto entrambe si riferiscono a visioni (ancorché opposte) riferite al bene comune e agli interessi generali, mentre l’atteggiamento “agnostico” e quello “difensivo” si rifanno a scelte più attente ad una autotutela dell’operatore pubblico che ad un “progetto” o ad una “concezione” dell’interesse generale.

 

In concreto si va quindi dalla scelta di non applicare mai strumenti di tipo pianificatorio, se non nei casi in cui vi sia un espresso obbligo di legge (es.: redazione degli strumenti urbanistici previsti per legge) a quella di cercare in tutti i modi di introdurre scelte di pianificazione in tutti i casi in cui i divieti di legge non risultino specifici ed inderogabili.

 

A livello “politico” in base alle opinioni liberistiche qualcuno arriva a mettere in dubbio anche il diritto della Pubblica Amministrazione alla emanazione degli strumenti urbanistici o di regole in materia ambientale, ma fortunatamente questa posizione è per ora confinata all’ambito delle enunciazioni di principio ma non ha trovato alcun riscontro di natura normativa.

 

La scelta di liberismo assoluto risulta del tutto controproducente in quanto implica una rinuncia dei pubblici poteri ad esercitare alcune funzioni espressamente previste dalla Costituzione come la tutela dell’equità nei rapporti tra i cittadini e dei diritti fondamentali anche di natura non economica, ma spesso si rivela nella pratica dannosa dal punto di vista economico, perché impedisce alcuni interventi fondamentali dello stato nell’economia con dei risultati che portano ad una eccessiva polarizzazione tra soggetti ad altissimo reddito (pochissimi) e soggetti a bassissimo reddito (moltissimi), comprimendo la consistenza dei ceti medi che in realtà sono quelli in grado maggiormente di sostenere i consumi. I risultati finali sono  una depressione generale dell’economia, una moltiplicazione degli sprechi e un uso irrazionale delle risorse. Ovviamente questo è da lungo tempo il fulcro del dibattito tra varie tendenze economiche (che non necessariamente coincidono esattamente con i tradizionali schieramenti politici). Le vicende legate alla presente crisi economica e al diverso modo di contrastarla in America ed in Europa sembrano dare ragione ai sostenitori delle politiche neo Keynesiane (Stieglitz, Picketty, ecc.) e visualizzano un paradosso in cui un paese tradizionalmente liberista come gli Stati Uniti finisca, ora come ai tempi della Grande Depressione del 29, a dovere applicare ricette keynesiane per uscire dalla crisi.

 

Le strategie intermedie, di agnosticismo e di difesa, richiedono comunque la capacità di individuare il livello “minimo” di pianificazione che consenta di risolvere almeno parzialmente i problemi pur rispettando i vincoli di legge, e quindi richiedono l’applicazione, sia pure in scala limitata, delle stesse strategie collegate all’impostazione “Proattiva”.

 

 



 

 

 

Menù Liberalizzazioni

 

Liberalizzazioni o programmazione?

In medio stat virtus


Obbligo di motivazione dei provvedimenti


Valori che possono giustificare l'introduzione

di limiti alla libera concorrenza


Principali norme in materia

di liberalizzazione


Studi e ricerche necessari

 

 

 

I nostri servizi

 

Programmazione delle attività

Studi, censimenti, analisi

Stesura Regolamenti

Urbanistica Commerciale

Assistenza e Consulenza